Problemi con Fastweb, Vodafone e ho il 2 luglio (risolto)
Ci sono problemi con le reti di Vodafone, Fastweb e ho (l’operatore virtuale utilizza il network di Vodafone). Prendiamo come riferimento le segnalazioni che centinaia di utenti stanno inviando in questi minuti al portale Downdetector. Seguiremo l’evolversi della situazione e pubblicheremo tutti gli aggiornamenti del caso in coda a questo articolo.
Il down delle reti Fastweb, Vodafone e hoCome si può notare dal grafico qui sopra (riferito a Vodafone, ma per Fastweb e ho sono pressoché identici), i malfunzionamenti hanno avuto inizio intorno alle ore 16:00 di oggi, giovedì 2 luglio 2026. Poco dopo si è registrato il picco dei feedback. Abbiamo contattato l’ufficio stampa degli operatori per saperne di più, inseriremo qui l’eventuale risposta.
Aggiornamento (2 luglio 2026, 16:54)Fortunatamente, il numero dei feedback sembra già essere in diminuzione. Potrebbe essersi trattato di un problema circoscritto a una determinata zona oppure di lieve entità, magari causato da un sovraccarico momentaneo della rete. Continueremo a monitorare la situazione e a dare aggiornamenti.
Aggiornamento (2 luglio 2026, 17:05)Prosegue il trend negativo per quanto riguarda il volume delle segnalazioni. Possiamo considerare il problema rientrato. Non siamo a conoscenza della causa. Se l’ufficio stampa di Fastweb + Vodafone dovesse rispondere alla nostra richiesta, pubblicheremo il chiarimento in cosa a questo articolo.
Aggiornamento (2 luglio 2026, 17:13)Le reti di Fastweb, Vodafone e ho sono tornate a funzionare a pieno regime, non sembrano più esserci disservizi o difficoltà nell’accesso ai network, né a trasmettere e ricevere dati e chiamate. Allarme rientrato, il blocco è durato un’ora circa.
DisclaimerQuanto riportato in questo articolo si basa solo ed esclusivamente sui feedback mostrati dal portale Downdetector (link in coda) e inviati dagli utenti, sulle segnalazione raccolte attraverso i social network oppure su testimonianza diretta. Un down temporaneo e circoscritto, dovuto a un problema tecnico o altro, non è da ritenere un giudizio sulla qualità generale di un servizio o di una piattaforma.
OpenAI offre una quota del 5% al governo statunitense?
All’inizio di giugno, Donald Trump aveva ipotizzato l’acquisto di quote delle principali aziende AI statunitensi. Secondo le fonti del Financial Time, Sam Altman avrebbe suggerito di offrire il 5% di OpenAI. Intanto, il governo ha accelerato i piani relativi allo sviluppo di standard per la valutazione delle capacità cyber dei modelli AI.
Quote azionarie per controlli più superficiali?Il CEO di OpenAI aveva già proposto all’amministrazione Trump nel 2025 una possibile partecipazione pubblica nelle principali aziende di intelligenza artificiale. Questa idea è stata “rubata” da Trump all’inizio di giugno, quando ha ipotizzato l’acquisizione di quote da parte del governo.
Secondo le fonti del Financial Times, Sam Altman avrebbe incontrato Donald Trump, Howard Lutnick (Segretario del Commercio) e Scott Bessent (Segretario del Tesoro) per suggerire l’acquisizione del 5% di OpenAI. Considerando l’attuale valutazione di 852 miliardi di dollari sono circa 42,6 miliardi di soldi pubblici. La stessa proposta dovrebbe estendersi ad altre aziende, tra cui Anthropic, Google, Meta e xAI.
Casualmente la proposta arriva dopo il rilascio limitato del nuovo modello GPT-5.6 di OpenAI e della revoca del ban per i modelli Mythos 5 e Fable 5. Le malelingue potrebbero supporre che il suggerimento di Altman sia un “trucco” per evitare troppi controlli sui nuovi modelli AI.
Il CEO di OpenAI ha evidenziato la necessità di stabilire standard per la valutazione delle capacità cyber dei modelli, come consigliato anche da Anthropic. Un team di esperti e funzionari del governo dovrebbero scrivere regole comuni per evitare restrizioni da parte dei singoli paesi.
Secondo le fonti del Financial Times, i primi standard potrebbero essere annunciati la prossima settimana. Dovrebbero riguardare benchmark di valutazione e timeline di rilascio pubblico.
Le prossime GIF su WhatsApp le manderai con GIPHY
Molti nemmeno noteranno il cambiamento, ma vale comunque la pena segnalarlo: da qui in avanti, tutte le GIF inviate nelle chat di WhatsApp saranno prelevate dall’archivio di GIPHY. Si tratta di una novità legata a doppio filo alla disattivazione delle API di Tenor (società controllata da Google), comunicata con largo anticipo mesi fa e avvenuta formalmente solo oggi. Meta si è così vista costretta a cambiare provider, per far sì che i suoi utenti possano continuare a mandarsi il buongiornissimo kaffè mattutino. E ci mancherebbe altro, sono priorità.
WhatsApp ha scelto GIPHY per l’invio delle GIFSi tratta di una migrazione automatica, che non richiede di intervenire sulle impostazioni né di scaricare alcun aggiornamento. Per accorgersene è sufficiente inviarne una e controllare la scritta che compare nell’angolo in basso a sinistra.
La conseguenza diretta di questo cambiamento è che le vecchie GIF inviate nelle chat di WhatsApp non risultano più disponibili. Al loro posto c’è un riquadro grigio. Per verificarlo, è sufficiente scorrere le conversazioni a ritroso.
La scelta di GIPHY come piattaforma di default è la più ovvia, ma non si tratta dell’unica opzione. C’è anche Klipy, online da meno tempo, ma sulla quale il team di Meta al lavoro sull’app avrebbe già messo gli occhi da tempo avviando anche una fase di test in vista di una possibile futura integrazione.
Alla fine, è una non novità per l’applicazioneNon è certo la più impattante delle novità che in queste settimana stanno interessando WhatsApp. Il servizio, che accomuna oltre tre miliardi di account nel mondo, sta iniziando ad aprire le prenotazioni dei nomi utente, oltre a preparare l’arrivo dei messaggi programmati (funzionalità che in molti chiedono a gran voce da parecchio tempo) e della caratteristica Scam Alert che analizza i messaggi e mostra un avviso in caso di potenziale frode.
Falsa estensione di Perplexity dirotta il traffico di Chrome
I ricercatori di Microsoft hanno individuato una falsa estensione di Perplexity per Chrome (e altri browser basati su Chromium) che intercetta le query e porta gli utenti verso siti diversi da quelli cercati. Ciò permetteva di raccogliere dati utili per la profilazione a scopo pubblicitario e successiva monetizzazione. In seguito alla segnalazione, Google ha rimosso l’estensione dal Chrome Web Store.
Verificare attentamente le estensioni installateIl nome dell’estensione è “Search for perplexity ai“. L’ultima aggiornamento era stato pubblicato sul Chrome Web Store il 25 maggio (versione 2.2). Dopo l’installazione sostituiva forzatamente il motore di ricerca predefinito. Quando l’utente inseriva una query nella omnibox di Chrome veniva reindirizzato verso il sito perplexity-ai.online, invece che quello legittimo perplexity.ai.
Il cosiddetto search hijacking (dirottamento della ricerca) avveniva anche per i suggerimenti in tempo reale. In pratica, ogni carattere inserito nella barra degli indirizzi veniva trasmesso al server gestito dai cybercriminali prima del reindirizzamento vero e proprio Ciò rappresenta una sorveglianza attiva dell’utente.
Analizzando il codice dell’estensione, gli esperti di Microsoft hanno trovato tre permessi DNR (DeclarativeNetRequest) che non sono consistenti con le funzionalità offerte dagli assistenti di ricerca AI. Questi permessi consentivano visualizzare le ricerche degli utenti, registrare ogni richiesta insieme all’indirizzo IP, alle intestazioni del browser e alla stringa user-agent, e di inoltrare la ricerca al motore di ricerca reale.
Microsoft non ha rilevato altre funzionalità pericolose, come il furto delle credenziali degli account, ma potevano essere aggiunte in futuro. Come detto, Google ha rimosso l’estensione dal Chrome Web Store. Se già installata deve essere rimossa manualmente dagli utenti. È preferibile usare solo le estensioni realmente utili e prestare molta attenzione ai permessi non indispensabili per il corretto funzionamento.
Che meraviglia le Xiaomi Redmi Buds 8 Lite, oggi solo 18€ su Amazon
Cerchi delle cuffiette Bluetooth che costino il meno possibile ma che non sacrifichino eccessivamente la qualità audio? Allora vai subito su Amazon e fai tue le Xiaomi Redmi Buds 8 Lite a soli 18,99 euro, invece che 22,90 euro.
Già il prezzo di partenza non era alto ma con questo ulteriore sconto del 24% sono da prendere al volo. Come dicevamo garantiscono un ottimo rapporto qualità prezzo e sono il miglior compromesso per non spendere molto. Nonostante costino poco garantiscono un audio eccellente, sia in chiamata che in ascolto, una connessione stabile e un’ottima autonomia.
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Xiaomi Redmi Buds 8 Lite: qualità prezzo topPossiamo dire con assoluta certezza che il rapporto qualità prezzo delle Xiaomi Redmi Buds 8 Lite è difficilmente battibile ed è il motivo principale per cui prenderle adesso. Sono piccole, compatte e leggere, e garantiscono il massimo del comfort con inserti in silicone morbido che si adattano bene alle orecchie. Anno driver da 12,4 mm e una doppio microfono con intelligenza artificiale per chiamate più nitide.
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Grazie alla cancellazione attiva del rumore fino a 42 dB potrai ascoltare la musica anche in posti affollati e rumorosi senza doverti allontanare. Inoltre potrai equalizzare l’audio per migliorare i bassi, i medi e gli alti e rendere l’esperienza di ascolto più coinvolgente. La tecnologia Bluetooth 5.4 garantisce una connessione veloce, affidabile e senza latenza con i tuoi device. Hanno comandi sugli auricolari per gestire la musica e le chiamate. Senza dimenticare l’autonomia che arriva fino a 8 ore con una singola ricarica e 36 ore con la custodia. Inoltre sono anche resistenti all’acqua e alla polvere IP54.
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Amazon Leo sfida Starlink: connettività dallo spazio entro l'anno
L’iniziativa Amazon Leo ha completato 14 missioni e portato 396 satelliti in orbita, dando vita alla terza costellazione più grande tra quelle in rotazione intorno alla Terra, con l’obiettivo di espanderla ulteriormente con più di 100 lanci già in programma. L’ultimo è appena avvenuto, gestito da ULA (United Launch Alliance), con il razzo Atlas V che ha portato 29 unità a circa 400 chilometri sopra le nostre teste.
Accensione sempre più vicina per Amazon LeoQual è la finalità di questo immane sforzo? Lanciare un servizio di connettività via satellite, di fatto un concorrente di Starlink. I numeri non hanno nulla a che vedere con quelli del sistema allestito nel corso degli anni da SpaceX (oltre 10.000 satelliti), ma Amazon ritiene che siano comunque sufficienti per cominciare a trasmettere dati da e verso le utenze terrestri. Nel post qui sotto l’intervento di Chris Weber, a capo del progetto Leo, che sottolinea abbiamo completato abbastanza lanci per iniziare con il il servizio quest’anno, le missioni future aggiungeranno solo copertura e capacità.
Last few launches were big for @AmazonLeo – bringing us to 390+ satellites deployed, enough to support continuous service across initial latitudes.
Still lots of work ahead – including raising all these new satellites to their assigned altitude – but we’ve completed enough… pic.twitter.com/UZb404fXRq
— Chris Weber (@Weber44Chris) July 2, 2026
Amazon ha iniziato a lavorare su questo fronte parecchi anni fa, dando vita al Project Kuiper. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito al cambio di nome e alla promessa di un debutto commerciale a breve termine, oltre all’esordio dell’antenna Ultra da 1 Gbps per agganciare il segnale trasmesso dallo spazio. Ora, beghe con la FCC permettendo, Andy Jassy e i suoi sono pronti a partite. Per raggiungere l’obiettivo, hanno anche staccato un assegno da 11,6 miliardi di dollari per l’acquisizione di Globalstar.
L’immagine qui sopra è curiosa e interessante. Mette a confronto il numero di satelliti che possono essere trasportati con un singolo lancio dai razzi: 24 da Falcon 9 di SpaceX, 27-29 da Atlas V di ULA, 32 e più da Ariane 6 di Arianespace, 40 e più da Vulcan di ULA, 48 e più da New Glenn di Blue Origin. Quest’ultimo è esploso a fine maggio per ragioni ancora ignote.
Sconfitta finale per Google: multa per il monopolio Android
Dopo uno scontro legale durato quasi 8 anni è arrivata la sentenza definitiva. La Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha confermato la sanzione di 4,1 miliardi di euro per Google. L’azienda di Mountain View ha sfruttato il monopolio nel mercato dei sistemi operativi mobile per imporre tre restrizioni ai produttori di dispositivi e agli operatori telefonici. Oggi Google è sotto esame per la possibile violazione del Digital Markets Act con motore di ricerca, Play Store e Android.
Google deve pagare: multa confermataAl termine dell’indagine avviata ad aprile 2015, la Commissione ha inflitto a luglio 20218 una multa di circa 4,3 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi mobile. In dettaglio, Google ha imposto tre restrizioni ai produttori di dispositivi e agli operatori telefonici: obbligo di preinstallare Google Search e Chrome per ottenere la licenza d’uso del Play Store; divieto di preinstallare le app Google se vengono venduti dispositivi con versione di Android non approvate; pagamento di una percentuale sui guadagni pubblicitari (revenue sharing), solo se non viene installato un motore di ricerca concorrente.
Il Tribunale dell’Unione europea ha confermato le prime due violazioni e annullato quella sul revenue sharing. La sanzione è stata quindi ridotta a circa 4,1 miliardi di euro. Google aveva presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea che, oggi, ha confermato la sentenza del Tribunale sulle pratiche anticoncorrenziali e quindi la sanzione di 4,1 miliardi di euro.
Un portavoce di Google ha rilasciato questa dichiarazione:
La sentenza non riconosce il nostro significativo investimento per garantire che Android rimanga aperto, interoperabile e gratuito. In ogni caso, abbiamo adattato i nostri accordi per conformarci alla decisione iniziale del 2018 e restiamo concentrati sulla continua innovazione e apertura per i nostri utenti, partner e sviluppatori.
Paste Protect di Opera blocca gli attacchi agli appunti del PC
Un CAPTCHA finto chiede di verificare che si è umani, e senza pensarci si clicca. Dice di copiare un comando e incollarlo nel terminale o nella finestra Esegui di Windows. Sembra un normale passaggio di verifica, invece quel comando installa malware, ruba le password salvate o consegna a un hacker l’accesso remoto al PC.
Si chiama ClickFix, una tecnica di ingegneria sociale che si sta diffondendo velocemente. Lumma Stealer, uno dei malware più diffusi secondo Microsoft, usava esattamente CAPTCHA finti e prompt ClickFix per propagarsi. Una volta dentro, puntava a password del browser, wallet di criptovalute e sessioni di login salvate. Ha colpito centinaia di migliaia di PC Windows in soli due mesi.
Opera è il primo browser a integrare una protezione specifica contro questo tipo di attacco. Si chiama Paste Protect ed è attiva di default.
Come funziona Paste Protect di OperaPaste Protect ha due armi. La prima esiste dal 2021, e impedisce alle app esterne di sostituire silenziosamente ciò che è stato copiato negli appunti.
La seconda è nuova, monitora gli appunti in tempo reale e blocca immediatamente l’accesso se rileva qualcosa di sospetto. Si vedrà un popup di avvertimento e un’icona rossa nella barra degli indirizzi.
È possibile visualizzare i primi 120 caratteri di ciò che è stato bloccato, utile per capire se si tratta di un falso positivo. Gli sviluppatori possono autorizzare siti specifici o forzare la copia tenendo premuto Ctrl+C per cinque secondi, ma solo se si è assolutamente sicuri di cosa si sta copiando.
Perché gli appunti sono un bersaglio?Gli appunti del PC sono un punto vulnerabile e sottovalutato. Tutto ciò che si copia, password, indirizzi, comandi, passa di lì. Un hacker che può leggere o modificare gli appunti ha accesso a informazioni che l’utente ha selezionato, il che le rende quasi sempre sensibili.
ClickFix sfrutta questa vulnerabilità in modo elegante: convince l’utente a fare volontariamente il lavoro dell’hacker, cioè copiare e incollare il codice malevolo con le proprie mani.
DisponibilitàPaste Protect è disponibile nella versione desktop di Opera su Windows, macOS e Linux. Non è ancora disponibile su mobile. Opera dice di essere il primo browser con questa protezione integrata, sugli altri, funzionalità simili richiedono estensioni di terze parti.
HONOR Magic V6 disponibile in Italia a 2.300 euro
HONOR ha annunciato la disponibilità in Italia del nuovo Magic V6. Lo smartphone pieghevole, annunciato al MWC 2026 di Barcellona, offre elevate prestazioni abbinate ad un design molto elegante. È il più sottile al mondo e il primo pieghevole con certificazione IP69. Non ha tuttavia un prezzo accessibile a tutti.
HONOR Magic V6: specifiche e prezzoIl nuovo HONOR Magic V6 ha uno spessore di 4 millimetri quando aperto e 8,75 millimetri quando chiuso (versione White). Il peso è 219 grammi. Ha ricevuto le certificazioni IP68 e IP69, quindi può resistere all’acqua fino a 1,5 metri di profondità, oltre che alla polvere. La cerniera in acciaio aerospaziale resiste fino a 500.000 aperture/chiusure.
Lo schermo OLED interno ha una diagonale di 7,95 pollici e una risoluzione di 2352×2172 pixel, mentre quello esterno ha una diagonale di 6,52 pollici e una risoluzione di 2420×1080 pixel. Entrambi hanno un refresh rate variabile (1-120 Hz). Magic V6 integra il processore Snapdragon 8 Elite Gen 5, affiancato da 16 GB di RAM LPDDR5X e 512 GB di storage UFS 4.1.
Queste sono le altre specifiche: fotocamere posteriori da 50, 50 e 64 megapixel (principale, ultra grandangolare e teleobiettivo a periscopio con zoom ottico 3x), fotocamere frontali esterna e interna da 50 megapixel, connettività Wi-Fi 7, Bluetooth 6.0, GPS, Galileo, NFC e 5G, porta USB Type-C, altoparlanti stereo, lettore di impronte digitali e batteria da 6.660 mAh con ricarica rapida da 80 Watt e wireless da 66 Watt.
Il sistema operativo è MagicOS 10 basato su Android 16. Sono presenti molte funzionalità AI per fotografia e produttività, oltre all’app Google Gemini. Quattro i colori disponibili: oro, rosso, nero e bianco. Il prezzo è 2.299,99 euro. Fino al 31 luglio è possibile sfruttare uno sconto di 600 euro. Ci sono inoltre vari omaggi, tra cui pellicole protettive, stilo HONOR Magic Pen e tablet HONOR Pad 10.
Teams, l'AI ascolta le riunioni e spiega ciò che non si capisce
Si è in riunione su Teams. Qualcuno dice “LLM” e non si sa cosa significhi. Magari non si chiede per non sembrare impreparati. Ma l’AI di Teams ha capito tutto. Ha analizzato il tono della propria voce, le domande, i segnali di incertezza. E nella chat della riunione, appare una spiegazione dettagliata di cosa sia un Large Language Model, prima che si interrompa la conversazione per chiedere. Si chiama Facilitator. Microsoft dice che è utile, l’istinto, invece, suggerisce che è inquietante.
Come funziona l’AI Facilitator su TeamsFacilitator monitora le conversazioni delle riunioni in tempo reale per rilevare lacune di conoscenza, implicite ed esplicite, tra i partecipanti. Quando rileva un’incertezza, basandosi su tono, domande, segnali, cerca la risposta sul web e la condivide nella chat. Tutte le risposte sono limitate all’ambito dell’agenda della riunione.
Microsoft dice che Facilitator genererà meno di una risposta per riunione, in media e che non è intrusivo.
DisponibilitàServe una licenza Microsoft 365 Copilot Premium, ma non tutti i partecipanti devono averla. Basta che un partecipante la attivi. Funziona nelle riunioni interne e cross-tenant. Non funziona nelle chiamate, nei town hall o nei webinar.
Non è attivo di default. Può essere aggiunto o rimosso in qualsiasi momento. Gli admin IT possono disabilitarlo a livello di tenant o disattivando la ricerca web di Copilot. La disponibilità generale è prevista per fine agosto.
Il problema della privacyUn’AI che analizza il tono della voce in tempo reale per capire cosa non si sa è, per definizione, un sistema di controllo. Microsoft sostiene che non sia intrusivo. Ma monitorare attivamente le conversazioni per individuare ciò che un utente potrebbe non sapere apre inevitabilmente interrogativi sul confine tra assistenza e sorveglianza.
Non è una buona idea attivare Facilitator in riunioni con informazioni riservate. Inoltre, se l’AI capisce che non si sa qualcosa, chi altro lo vede? La risposta appare nella chat, visibile a tutti i partecipanti. Perciò l’AI segnala pubblicamente che non si sapeva qualcosa e questo, non è molto carino…
L'AI è in grado di capire il tempo nei documenti legali?
In modo quasi inevitabile, l’intelligenza artificiale è entrata anche nell’ambito giuridico, non sempre con esiti positivi. È interessante riportare un progetto di ricerca curato da Aruba e Politecnico di Torino, presentato alla conferenza internazionale EDBT/ICDT di Tampere (Finlandia), che si concentra su un aspetto in particolare, ponendosi una domanda dall’importanza chiave: l’AI capisce davvero il tempo nei testi legali? È in grado di ricostruire l’ordine cronologico degli eventi e la loro relazione?
Diritto e AI: i Large Language Model hanno un limiteLo studio parte da un presupposto con cui, fino a oggi, hanno avuto a che fare gli avvocati dell’accusa e della difesa, gli addetti ai lavori: nei testi legali, la sequenza temporale non è un dettaglio descrittivo, ma un elemento interpretativo centrale. Se per chi ha preparazione ed esperienza in materia il concetto è chiaro, vale lo stesso per i Large Language Model?
Per rispondere alla domanda, gli autori della ricerca sono partiti da un dataset pubblico di riferimento, ampliandolo e poi assegnando alle AI l’esecuzione di due compiti specifici.
- Verifica della relazione temporale (LETOV) per stabilire se una relazione tra due eventi sia corretta o meno;
- classificazione della relazione temporale (LETOC) per identificare quale relazione lega due eventi, ad esempio precede, segue o simultaneo.
Attraverso un ambiente di test, sono stati simulati scenari realistici, via via sempre più complessi. L’esito è tutt’altro che scontato: non è automatico che i modelli più evoluti, dotati di Deep Reasoning, ottengano riscontri migliori con questo tipo di operazioni.
Non è solo la potenza del modello a fare la differenza, ma il modo in cui viene guidato nel processo di comprensione.
Un’accuratezza superiore all’85% non è sufficienteDai risultati emerge che alcuni modelli generalisti di ultima generazione sono stati in grado di raggiungere livelli di accuratezza superiori all’85% nei task di verifica. Una percentuale elevata, ma di per sé non sufficiente per assicurare l’affidabilità necessaria in un contesto delicato come quello legale (rimane pur sempre un 15% di errore). Di seguito un estratto dal contributo firmato da Francesco Tarasconi, Artificial Intelligence Manager di Aruba.
A prima vista, la capacità di ordinare eventi nel tempo può apparire un tema molto specialistico, ma in realtà ha ricadute concrete su diversi ambiti chiave: dalla corretta interpretazione di contratti e contenziosi nel legal tech, alla ricostruzione delle sequenze di eventi in ambito compliance e auditing, fino all’analisi di responsabilità nel risk management e all’automazione dei processi decisionali, dove la dimensione temporale è spesso determinante. In tutti questi casi, un errore nella comprensione del tempo non è un semplice limite tecnico, ma un rischio concreto.
Il tempo, nel diritto come nei sistemi che lo trattano, resta una dimensione critica. Da un lato c’è il tempo come elemento probatorio, legato alla certezza di quando un documento, una firma o un evento digitale vengono prodotti. Dall’altro c’è il tempo come elemento interpretativo, cioè la capacità di ricostruire correttamente l’ordine e la relazione tra eventi all’interno di testi complessi.
Il temporal reasoning degli LLM si colloca proprio su questo secondo piano. La sua affidabilità non riguarda solo la qualità tecnica dei modelli, ma la possibilità di applicarli in contesti in cui un errore di sequenza può produrre conseguenze giuridiche concrete. È su questo terreno che la collaborazione tra ricerca industriale e mondo accademico può contribuire a rendere l’intelligenza artificiale più solida, verificabile e adatta a scenari reali.
ASUS NUC 16 Pro: nuovo mini PC con Intel Core Ultra Series 3
ASUS ha annunciato un nuovo mini PC che può essere sfruttato per l’esecuzione locale dei modelli AI. Il NUC 16 Pro integra i recenti processori Intel Core Ultra Series 3, quindi è un Copilot+ PC. Può essere già acquistato in Italia presso gli ASUS Gold Store. Sono disponibili due modelli barebone (senza RAM, SSD e sistema operativo).
ASUS NUC 16 Pro: specifiche e prezzoIl NUC 16 Pro ha un telaio da 0,7 litri con dimensioni di 144x117x42 millimetri e peso di 730 grammi. Può essere aperto senza utensili, quindi l’installazione e sostituzione di memoria e storage è piuttosto semplice e veloce. ASUS offre configurazioni con processori Intel Core Ultra Series 3 fino al Core Ultra X9 388H. In Italia sono disponibili due versioni con processori Core Ultra 5 325 e Core Ultra 7 356H.
Queste sono le altre specifiche: due slot CSO-DIMM per memoria LPDDR5x fino a 128 GB, due slot per SSD PCIe 4.0/5.0 x4 M.2 2280 fino a 8 TB, doppio controller 2.5G Ethernet, Wi-Fi 7 e Bluetooth 6.0. Frontalmente ci sono tre porte USB 3.2 Gen2 10G (due Type-A e una Type-C). Sul retro ci sono due porte Thunderbolt 4 (Type-C), due porte USB 3.2 Gen2 (Type-A), due uscite HDMI 2.1 e due porte 2.5G Ethernet.
Il NUC 16 Pro può essere usato sulla scrivania oppure fissato al monitor tramite supporto VESA. I processori Intel offrono prestazioni fino a 180 TOPS. Possono essere quindi utilizzati per eseguire le funzionalità AI di Windows 11 oppure per le applicazioni agentiche, tra cui OpenClaw.
In Italia sono disponibile solo configurazioni barebone. Gli utenti devono aggiungere RAM, SSD e sistema operativo (Windows 11 o Linux). I prezzi sono 649,99 euro (Intel Core Ultra 5 325) e 799,99 euro (Intel Core Ultra 7 356H).
L'ottimo smartwatch HUAWEI WATCH GT 6 da 46mm a 70€ in meno
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Apple iPhone 15: ricondizionato fa la differenzaQuesto Apple iPhone 15 è un prodotto ricondizionato, dunque potrai pagarlo molto meno del suo prezzo ma non ti accorgerai assolutamente che non è nuovo. Garantisce maneggevolezza grazie a un peso di soli 171 grammi e uno spessore di appena 7,8 mm con certificazione per resistere all’acqua e alla polvere di grado IP68.
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È dotato di uno straordinario display Super Retina XDR OLED da 6,1 pollici con luminosità fino a 2000 nit, refresh rate da 60 Hz e viene protetto da un robusto Ceramic Shield. Possiede il potente processore A16 Bionic con 6 GB di RAM e, in questa versione, 128 GB di memoria interna. La fotocamera principale ha un sensore posteriore da 48 MP con OIS ultra grandangolare da 12 MP con angolo visivo da 120°, mentre la fotocamera anteriore è da 12 MP. La batteria non è enorme, con i suoi 3349 mAh ma garantisce comunque una buona autonomia e ti permette di arrivare a fine giornata con ancora circa il 15% di residuo. La ricarica cablata arriva a 20 W mentre quella MagSafe è a 15 W.
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Google blocca l'accesso alle GIF di Tenor
Google ha comunicato che non è più possibile usare le API di Tenor per accedere alla libreria delle GIF da app di terze parti. X, Discord, WhatsApp, Bluesky e altri servizi devono quindi utilizzare una fonte alternativa. I contenuti di Tenor sono ora disponibili solo nelle app di Google.
Addio alle GIF preferite di TenorTenor è uno dei più popolari archivi di GIF gratuite. Le immagini animate erano accessibili attraverso varie tastiere virtuali e app di terze parti. L’accesso al database era possibile usando le API. Google, che ha acquisito l’azienda di San Francisco a fine marzo 2018, ha annunciato il 13 gennaio 2026 che non avrebbe più accettato nuove registrazioni di chiavi API e nuove integrazioni.
Due giorni fa, l’azienda di Mountain View ha “staccato la spina”. Le chiavi API sono state revocate e tutte le integrazioni esistenti sono state disattivate. Se viene effettuata una richiesta di accesso, l’app mostrerà un errore. Non è noto il motivo della decisione di Google, ma il sospetto è che non otteneva nessun guadagno (l’accesso tramite API era gratis). La “scusa” indicata nella pagina di supporto è la necessità di concentrare le risorse sul miglioramento dei prodotti principali.
Diverse aziende, tra cui X, avevano già avvisato gli utenti e avviato test per l’uso di servizi alternativi, come Giphy e Klipy. Le GIF di Tenor sono ancora disponibili sul sito ufficiale e tramite le app di Google, tra cui GBoard e Messaggi. Esiste anche l’app GIF Keyboard di Tenor per Android e iOS. A causa della disattivazione delle API di Tenor, gli utenti perderanno l’accesso alle loro GIF preferite.
Come è noto, Meta ha venduto Giphy a Shutterstock perché la CMA (Competition and Markets Authority) del Regno Unito ha bloccato l’acquisizione. L’autorità antitrust aveva rilevato possibili ostacoli alla concorrenza, in quanto Tenor è l’unica alternativa a Giphy. La CMA aveva approvato la fusione tra Shutterstock e Getty Images con una condizione, ma quest’ultima ha gettato la spugna.
Canva non funziona: tutti gli aggiornamenti sul down del 2 luglio
Problemi per Canva: molti utenti stanno segnalando un down del servizio. Il grafico qui sotto mostra il picco dei feedback raccolti dal portale Downdetector. Seguiremo l’evolversi della situazione e pubblicheremo aggiornamenti a questo articolo appena disponibili.
Il down di Canva del 2 luglio 2026Non sappiamo quanto sia esteso il blackout. In questo momento, la dashboard ufficiale indica tutti i sistemi come pienamente funzionanti, ma dalle segnalazioni è evidente che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Potrebbe trattarsi di un problema circoscritto, magari dovuto a un sovraccarico momentaneo dei server.
C’è chi lamenta di non riuscire ad aprire i progetti salvati o condivisi, né a caricare le immagini. Abbiamo fatto un test e possiamo confermare. Qui sotto lo screenshot che abbiamo appena catturato, provando a eseguire l’upload della copertina di questo articolo.
Non abbiamo potuto caricare “nome_file.ext”. Potresti essere disconnesso o i server di Canva potrebbero essere irraggiungibili.
Aggiornamento (2 luglio 2026, 11:03)Il numero dei feedback inviati a Downdetector è in leggero aumento. Nessuna crescita esponenziale. Potrebbe essere dovuto al fatto che il malfunzionamento è limitato ad alcune funzionalità della piattaforma e non all’intero servizio.
Aggiornamento (2 luglio 2026, 11:31)Persiste il problema. Il volume delle segnalazioni rimane più o meno costante. Ora anche la dashboard di Canva conferma che qualcosa non va con l’upload dei contenuti.
… in aggiornamento
DisclaimerQuanto riportato in questo articolo si basa solo ed esclusivamente sui feedback mostrati dal portale Downdetector (link in coda) e inviati dagli utenti, sulle segnalazione raccolte attraverso i social network oppure su testimonianza diretta. Un down temporaneo e circoscritto, dovuto a un problema tecnico o altro, non è da ritenere un giudizio sulla qualità generale di un servizio o di una piattaforma.
Apple, scoperto un bug in Nascondi la mia email: privacy a rischio
“Nascondi la mia email” dovrebbe nascondere il proprio indirizzo email reale dietro un indirizzo usa e getta. È uno degli strumenti di privacy più pubblicizzati da Apple, quello per cui si paga iCloud+, e recentemente al centro dell’attenzione per il cambio di dominio da @icloud.com a @private.icloud.com. Secondo un ricercatore di sicurezza, però, una vulnerabilità permetterebbe di identificare l’indirizzo email originale.
Il ricercatore, Tyler Murphy, dice di aver avvisato Apple oltre un anno fa, ma il bug non è ancora stato corretto.
Bug su “Nascondi la mia email”, cosa sappiamoMurphy, cofondatore di EasyOptOuts, un servizio di rimozione dati dai data broker, ha scoperto una vulnerabilità che permette di collegare un indirizzo “Nascondi la mia email” all’indirizzo reale dell’utente. 404 Media ha testato e verificato che la vulnerabilità esiste.
I dettagli tecnici della vulnerabilità non sono stati resi pubblici, per evitare che venga sfruttata prima che Apple la corregga. Ma Murphy ha aggiunto che i siti di ricerca persone pubblicamente accessibili rendono facile collegare un indirizzo email ad altri dettagli personali, quindi le persone che si affidano a “Nascondi la mia email” per la propria sicurezza potrebbero essere a rischio.
Apple promette, ma poi non sempre mantieneNon è la prima volta che uno strumento di privacy Apple non funziona come promesso. Nel 2022, Apple è stata citata in giudizio dopo che si è scoperto che le app iPhone continuavano a inviare dati analitici ad Apple anche quando l’impostazione di privacy iPhone Analytics era attivata.
Nel 2023, ricercatori hanno scoperto che un’altra funzione di privacy Apple era effettivamente inutile, uno strumento che doveva anonimizzare le connessioni Wi-Fi fornendo indirizzi MAC randomizzati, e che invece esponeva l’indirizzo MAC reale dell’utente.
E questa settimana, Apple ha cambiato il dominio di Nascondi la mia email da @icloud.com a @private.icloud.com, rendendo gli indirizzi anonimi immediatamente identificabili come tali. Un cambiamento che riduce l’utilità dello strumento proprio mentre un bug ne compromette la sicurezza.
La privacy è davvero il punto di forza di Apple?Apple ha costruito il proprio brand sulla privacy, “What happens on your iPhone stays on your iPhone” è stato lo slogan di una campagna da miliardi di dollari. L’ultima pubblicità ridicolizzava Android per la raccolta dati. Ogni keynote WWDC include una sezione sulla privacy.
Chi si affida a “Nascondi la mia email” è portato a condividere l’alias in situazioni in cui non condividerebbe mai il proprio indirizzo reale, ma se quell’alias permette comunque di identificare l’email reale, il senso di sicurezza si trasforma in una vulnerabilità.
Amazon: multa negli Stati Uniti e denuncia in Australia
Amazon pagherà una sanzione di 2,25 milioni di euro alla FTC (Federal Trade Commission) per non aver fornito informazioni agli utenti sui furti di identità. Quasi contemporaneamente la ACCC (Australian Competition and Consumer Commission) ha presentato una denuncia contro l’azienda di Seattle per aver introdotto la pubblicità in Prime Video sulla base di termini contrattuali sleali.
Mancate informazioni sulle transazioni fraudolenteCirca tre anni fa, un utente ha segnalato il furto di identità ad Amazon. Qualcuno aveva aperto un account usando i suoi dati personali ed effettuato acquisti usando la sua carta di credito. L’utente ha quindi chiesto informazioni sulle transazioni fraudolente. Il supporto clienti dell’azienda di Seattle ha respinto la richiesta perché la vittima doveva fornire il nome della persona che aveva aperto l’account.
Un altro utente ha riferito che, quando ha contattato Amazon per richiedere i documenti relativi agli addebiti non autorizzati, un rappresentante dell’azienda ha affermato di non poter condividere i dettagli sull’account che aveva utilizzato la sua carta di credito per motivi di sicurezza, a meno che l’utente non indovinasse il nome del ladro di identità.
Amazon ha quindi violato il Fair Credit Reporting Act, in base al quale è obbligata a fornire le informazioni sulle transazioni fraudolente entro 30 giorni dalla richiesta. La FTC aveva avviato un’indagine e ora l’azienda di Seattle ha accettato di pagare 2,25 milioni di dollari e implementato una procedura per gestire i furti di identità.
Termini contrattuali sleali di Prime VideoL’autorità antitrust australiana ha invece denunciato Amazon per la violazione della legge che tutela i consumatori (Australian Consumer Law). Tra novembre 2023 e agosto 2025, i contratti Prime di Amazon contenevano cinque clausole illegali che consentivano all’azienda di apportare unilateralmente modifiche negative senza offrire agli abbonati alcuna possibilità di ricorso.
Sfruttando questi termini contrattuali sleali, Amazon ha aggiunto le inserzioni pubblicitarie in Prime Video a partire da luglio 2024. Gli utenti australiani devono quindi pagare altri 2,99 dollari/mese per eliminare la pubblicità (come in tutto il mondo). La ACCC chiede quindi al giudice di imporre una sanzione e il rimborso delle spese ai consumatori.
Xbox Disc2Digital trasforma i giochi su disco in copie digitali
Ieri la notizia che ha indirizzato il futuro del mercato videoludico: niente più giochi su disco per le console Sony, a partire dal 2028. Da un certo punto di vista c’era da aspettarselo, ma l’annuncio ufficiale ha comunque segnato una svolta. E in casa Microsoft? Il trend è lo stesso, anche il gruppo di Redmond sta pensando a togliere di mezzo il supporto fisico, ma non in modo immediato e percorrendo una strada diversa, come dimostra l’iniziativa Xbox Disc2Digital.
Cos’è e come funziona Xbox Disc2DigitalLa redazione di The Verge è venuta a conoscenza di questo progetto che punta a non lasciare a piedi chi ha già una libreria di titoli in custodia. Si tratta di una funzionalità attualmente in fase di test, compatibile con i cataloghi di Xbox One e Xbox Series X/S.
Funziona in modo piuttosto semplice: inserendo il disco del gioco, installandolo e avviandolo. L’operazione associa una sorta di diritto digitale alla copia fisica, in modo univoco, agganciandolo all’account Microsoft. In questo modo, potrà essere eseguito in futuro su una console senza lettore. Se l’utente passerà poi il disco a un amico o lo venderà, la controparte digitale verrà trasferita da un profilo all’altro.
Non è una dinamica poi tanto diversa rispetto a ciò che già avviene con l’abbonamento al Game Pass: se un gioco è incluso nel pacchetto e c’è anche nel catalogo del cloud gaming, allora lo si può lanciare in streaming (oltre a scaricarlo). Diversi modi di fruizione per lo stesso titolo.
Chi è coinvolto nella fase di test interna afferma che non tutti i giochi saranno compatibili con la funzionalità Xbox Disc2Digital. Ne sapremo di più quando ci sarà l’annuncio ufficiale.
La prossima Xbox con o senza lettore?The Verge riferisce inoltre che la console next-gen di Microsoft potrebbe avere ancora in dotazione un lettore per i giochi su disco, almeno in una delle versioni proposte. Nome in codice Project Helix, la piattaforma dovrà competere con la PS6 di Sony, che invece ora sappiamo per certo farà girare solo titoli in digitale.
Movie Maker torna su Windows 11: ecco come scaricarlo
Chi è cresciuto facendo video con transizioni a stella e slideshow delle vacanze estive per il progetto scolastico, sa cosa ha significato Windows Movie Maker per un’intera generazione. Prima di TikTok, prima di CapCut, prima che ogni telefono avesse un editor video, c’era Movie Maker, e con quello tutti si sono cimentanti con il primo progetto video serio.
Microsoft lo ha dismesso anni fa. Lo ha sostituito con ClipChamp, con più funzionalità, ma forse con meno anima. Movie Maker però non è del tutto morto…
Movie Maker, il leggendario editor video funziona ancora su Windows 11Un’utente di X, Katie (@skylerdagirl), ha caricato il file di installazione di Windows Movie Maker 6.0 su Internet Archive. Secondo il suo post, e secondo centinaia di conferme nei commenti, funziona su Windows 7, 10 e 11. Il post ha superato 200.000 visualizzazioni e migliaia di repost… Ah, nostalgia canaglia.
Come scaricarloIl file è disponibile su Internet Archive. Va detto che non è distribuito né supportato da Microsoft. Quindi chi lo scarica, lo installa a proprio rischio e pericolo.
Qualche avvertenza: far funzionare un software classico su un sistema operativo moderno non è mai garantito. Windows potrebbe segnalare o bloccare l’eseguibile tramite SmartScreen o Defender, specialmente per file provenienti da archivi della community invece che da fonti ufficiali. Molte persone confermano che funziona, ma la cautela è sempre d’obbligo.
Perché la gente ama ancora così tanto Movie Maker?Movie Maker faceva una cosa sola: montare video in modo semplice. Niente timeline a 47 tracce. Niente effetti AI. Niente abbonamenti mensili. Si trascinavano le clip, si aggiungeva una transizione a dissolvenza (o a stella, se si voleva osare), si metteva la musica sotto e si esportava.
Oggi gli editor video sono diventati sempre più complessi, mentre l’AI genera video da un prompt. La semplicità di Movie Maker 6.0 è diventata il suo punto di forza postumo. A volte si vuole solo tagliare un video e metterci una musica sotto, senza che un assistente AI suggerisca quali transizioni usare.